Dare voce a chi non ha voce, a chi è stato ucciso e non ha avuto il tempo di gridare al mondo l’ingiustizia subita. Non solo George Floyd, emergono numerosi altri nomi di persone che hanno perso la vita nelle mani della polizia. Adesso si sente alta la voce di tanti nel mondo che vengono considerati meno degli altri, solo a causa del colore della pelle. “Black Lives Matter!” (la vita dei neri conta), è il grido salito dalle piazze statunitensi lo scorso fine settimana e che in poco tempo si è diffuso in tutto il mondo grazie al potere dei social. Le proteste stanno continuando, nonostante l’epidemia coronavirus stia ancora mietendo vittime, mostrando al mondo, che un virus ancora più pericoloso, quello del razzismo, non è ancora stato debellato.

Il coronavirus non spaventa i manifestanti che scendono in piazza muniti di mascherina. A differenza di molti agenti di polizia, che, secondo un servizio della PBS, scendono in piazza, per contenere la folla, senza protezioni sanitarie. Che immagine contraddittoria questa: l’istituzione rappresentata dagli agenti, non vive ciò che dice. Forse è proprio questo che dona ancora più forza alle proteste: vedere un sistema ipocrita che non conosce la parola uguaglianza, non solo nei diritti, ma anche nei doveri.
Ma cosa spinge i manifestanti a scendere in piazza, nonostante il pericolo della pandemia ancora in corso?
“Sarei potuto essere io al suo posto, o mio fratello, o mia sorella, o qualcuno dei miei amici!”
Così risponde un ragazzo afro-americano al reporter che lo intervista. Questo è l’atteggiamento che spinge all’azione, la capacità di mettersi nei panni di chi subisce violenza ingiustamente e chiedersi: “e se questo fosse capitato a me?”.

Inoltre, sembra che queste proteste stiano effettivamente influenzando un cambiamento positivo nella società capitalista americana. La città di San Francisco, per esempio, sta valutando di adottare una legge che impedisca di assumere agenti che hanno dimostrato una cattiva condotta in passato. Ma quel che sembra importare di più i manifestanti è l’uguaglianza sociale:
“Mi aspetto la possibilità di accedere allo stesso modo da parte di tutti all’istruzione, alla sanità e al diritto ad un tetto sulla testa…”
Sostiene Theresa Bland, un’insegnante in pensione sta prendendo parte alle proteste.
In breve, “Black lives matter” è stato lo slogan portato avanti dai manifestanti, non soltanto nelle piazze americane, ma in tutto il mondo e attraverso i social. Un altro esempio che il mondo è sempre più connesso e ciò che accade in un posto può influenzare l’azione di tanti ovunque. Ma non è l’epoca solo del “Black”, un mondo ultra-connesso come il nostro ci chiede di costruire una società dove non solo “Black lives matter” ma dove piuttosto ogni “Life” valga, non importa di che colore essa sia, essa deve valere perché semplicemente vita!
